
Contenuti
- 1. La prima provincia canadese totalmente esente da tasse sulle emissioni
- 2. Sollievo fiscale e il buco di bilancio
- 3. Frizione costituzionale: il conflitto con Ottawa e l’allineamento con l’amm. Trump
- 4. Sovranismo energetico vs globalismo climatico
- 5. Frattura dell’agenda occidentale: il fronte NATO–UE sotto tensione
- 6. Guerra energetica e ridefinizione degli assetti produttivi
- 7. Le crepe del progetto globalista
1. La prima provincia canadese totalmente esente da tasse sulle emissioni
Con un annuncio che ha rapidamente oltrepassato i confini del dibattito fiscale per impattare i grandi equilibri geopolitici, il premier del Saskatchewan, Scott Moe, ha dichiarato che la sua provincia è ufficialmente la prima giurisdizione del Canada a eliminare completamente la carbon tax. L’abolizione riguarda sia la quota destinata ai consumatori sia quella rivolta all’industria pesante, rendendo l’intero territorio provinciale esente da qualsiasi forma di tassazione ambientale sulle emissioni di carbonio.
2. Sollievo fiscale e il buco di bilancio
Secondo una stima elaborata dal governo provinciale e riportata da CBC News (28 marzo 2025), la rimozione della carbon tax industriale comporterà un mancato introito di circa 430 milioni di dollari canadesi l’anno. Questi fondi, originariamente destinati a finanziare infrastrutture verdi, sussidi energetici e compensazioni sociali, vengono ora sottratti alla programmazione pubblica, con potenziali ricadute su servizi essenziali e investimenti strutturali. Il governo Moe afferma che la riduzione della pressione fiscale restituirà competitività alle imprese e sollievo alle famiglie, ma diversi analisti paventano uno squilibrio tra i benefici immediati e la sostenibilità del bilancio a lungo termine.
In controtendenza, la Saskatchewan Association of Rural Municipalities (SARM) ha espresso pieno sostegno alla riforma. Il suo presidente, Bill Huber, ha dichiarato che l’eliminazione della carbon tax rappresenta un sollievo atteso da anni per le comunità rurali, particolarmente colpite dall’aumento dei costi energetici. In settori come l’agricoltura cerealicola, dove il propano e il gas naturale sono fondamentali per l’essiccazione dei raccolti, la tassa ambientale era percepita come una penalizzazione ingiustificata e insostenibile.
3. Frizione costituzionale: il conflitto con Ottawa e l’allineamento con l’amm. Trump
La mossa del Saskatchewan pone la provincia in rotta di collisione con il governo federale canadese, attualmente in fase di transizione dopo le dimissioni di Justin Trudeau. Il Greenhouse Gas Pollution Pricing Act del 2018, confermato dalla Corte Suprema nel 2021, obbliga le province ad applicare un prezzo minimo sulle emissioni. La scelta di Moe potrebbe innescare un conflitto istituzionale senza precedenti, con Ottawa costretta a riaffermare il primato della normativa federale. Parallelamente, il Saskatchewan si allinea con l’amministrazione Trump, recentemente rieletta alla Casa Bianca, che ha annunciato la cancellazione degli obiettivi net-zero e il rilancio della produzione fossile interna. La convergenza tra le due agende evidenzia una nuova polarizzazione tra autorità federali e governi subnazionali. Questa scelta potrebbe alimentare divisioni all’interno del federalismo canadese e su cu ipotrebbe aprofittarne l’amm. Trump.
4. Sovranismo energetico vs globalismo climatico
Lo scontro non è soltanto fiscale, ma culturale e strategico. Il globalismo climatico promuove una visione centralizzata e tecnocratica della transizione ecologica, basata su obiettivi sovranazionali, tassazione coordinata e riduzione controllata delle emissioni. Il sovranismo energetico, al contrario, rivendica il diritto dei territori a scegliere il proprio mix energetico e a proteggere l’occupazione locale da imposizioni ambientali percepite come punitive. Il Saskatchewan emerge così come avamposto nordamericano di questa reazione ideologica.
5. Frattura dell’agenda occidentale: il fronte NATO–UE sotto tensione
La carbon tax è parte integrante delle politiche ambientali condivise tra Unione Europea, Canada e Stati Uniti pre-Biden. Il venir meno dell’omogeneità fiscale all’interno di un Paese chiave come il Canada rischia di incrinare la coesione strategica dell’Occidente nell’ambito della transizione verde. Ne derivano nuove vulnerabilità diplomatiche: le aziende potrebbero spostarsi verso giurisdizioni più permissive, mentre le tensioni interne tra regioni e governi centrali si acuiscono. Non solo ma il Saskatchewan portebbe fare da apripista e innescare una sorta di emulaizone spingendo altre province canadesi a seguire la stessa direzione, innescando un effetto domino post-atlantista.
6. Guerra energetica e ridefinizione degli assetti produttivi
L’abolizione della carbon tax può essere letta anche come una manovra all’interno della più ampia guerra energetica in atto. In un mondo dove il controllo delle risorse (fossili e verdi) definisce le sfere d’influenza, il Saskatchewan si sottrae al disegno di decarbonizzazione forzata per rilanciare la produzione energetica tradizionale. Ciò potrebbe attrarre investimenti industriali provenienti da aree in fuga dalla tassazione ambientale, generando dinamiche di concorrenza fiscale e dumping ecologico. Secondo il think tank Macdonald-Laurier Institute, si tratta di un cambio di paradigma che ridefinisce l’equilibrio tra sviluppo e sostenibilità. Non solo, ma è anche possibile leggervi un assist al crescente asse energetico dei BRICS, sempre più svincolato dalle logiche carbon-centriche imposte dal blocco occidentale.
7. Le crepe del progetto globalista
Al di là della dimensione tecnica, la scelta del Saskatchewan solleva interrogativi di ordine sistemico. L’agenda climatica globale, sostenuta da organismi sovranazionali come il WEF, l’UNEP e la Banca Mondiale, mira a uniformare politiche energetiche, fiscali e produttive sotto un modello tecnocratico di governance ambientale. In questo contesto, l’atto di “disobbedienza” fiscale della provincia canadese assume il valore di una crepa nel progetto di centralizzazione normativa su scala planetaria. Non si tratta più di proteste isolate, ma di resistenze istituzionalizzate. Il globalismo green inizia a incontrare resistenze strutturate, non più solo movimenti di opinione. In parallelo, l’ascesa dei BRICS e la progressiva affermazione di modelli energetici multipolari mettono in discussione la presunta universalità delle strategie climatiche euro-atlantiche, aprendo lo spazio a nuove egemonie in un ordine mondiale in ridefinizione.
Conclusione
La vicenda del Saskatchewan è un microcosmo delle tensioni che attraversano il mondo contemporaneo: fiscalità vs sovranità, sostenibilità vs competitività, centralismo globale vs autodeterminazione locale. In gioco non vi è solo una tassa, ma la direzione stessa della civiltà industriale nel XXI secolo. Una provincia canadese ha appena sollevato il velo su uno scontro silenzioso, ma decisivo, fra il vecchio ordine climatico e i nuovi orizzonti energetici del mondo che viene o, probabilmente, fra il Nuovo Ordine Mondiale globalista e il Nuovo Ordine Mondiale multipolare che è ormai sorto.